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venerdì, 11 gennaio 2008

Contro il porno.

Io ho un'ammirazione quasi assoluta per Carmelo Bene. Per me è davvero, come ha detto Elsa de Giorgi, “una delle persone più intelligenti di tutto il Novecento, e non solo italiano”. La de Giorgi, fidanzata a Calvino, attrice...
Verso quale Carmelo Bene? Domanda che, forse, gli sarebbe piaciuta. Perché ce ne sono tanti e non c'è, mai stato. A lui, non importava di se stesso, del suo esserci. Neppure, soprattutto, quando diventò, ancora in vita, “un classico”, nei classici Bompiani, accanto ad Eliot. Andava forzato in televisione, come ad espiare chissà quali colpe di (non)esistere, a insistere su quella grandiosa sua dislocazione. E il pubblico, lì, ad applaudire il nulla, a provocarlo. E lui, forte, a rischiaffare in faccia a quegli “zombie” tutta la loro, non loro, inconsistenza, vacuità, ripugnanza. Allegramente, allegramente angosciato. E forte, nella sua estrema, ultima debolezza, mancanza, privazione di un privato, come diceva, e il pubblico a ridere, quasi fosse un gioco di parole, i piccoli almansini, i piccoli criticoni. La vita è a volte così indecente, così irrispettosa.

Verso quale Carmelo Bene ho ammirazione? Innanzitutto verso l'uomo, verso quell'antipatico uomo. La sua antipatia mi è simpatica. Ma veramente, istintivamente, profondamente, così come leggermente. Capivo che ci potesse essere antipatia, ma avvertivo chiaramente che solo a un poveraccio potesse suscitare una indisposizione dell'animo, in un animo bieco, appunto. Nell'arrogante saputello, nel parvenu, nel ragioniere. In qualche femminella indispettita da troppe vacanze nei talami scioperati da assenze, che esacerbano, anche quelle. Mi facevano simpatia i suoi tic, i suoi sdegni, i suoi sorrisi, quell'aria sovrana, libera, quella sua libertà immediata, sofferta e goduta visibilmente, riflessa nell'autenticità del suo volto, antico, classico, umano. Insomma, in quanto a simpatia, come nessuno. Non posso dirlo neanche di me stesso, perché io stesso, a volte, mi faccio antipatia. Avverto, cioè, un pathos contrario. Per lui, no, sempre a favore.

Ho ammirazione verso altri Carmelo Bene, di cui non voglio qui dire alcunché (devo arrivare altrove). Di quello che ha azzannato il teatro, la rappresentazione, la citazione, la re-citazione, e il teatro, come dal nulla, l'ha rifatto, ri-creato, rendendocelo, finalmente, finalmente, musicale. Non più prosaico. Evocando, non recitando. Chiaro, no?
Di quel Carmelo Bene che, in suo gran dispetto, e lo faccio rigirare nella tomba, ha insegnato. Ha insegnato come si legge, senza re-citare, un testo poetico, scordando, obliando il testo. Il suo è stato un saper-leggere trasmissibile. Da istituzionalizzare (si rigira e urla nella tomba). Da portare nelle scuole (scuote il sepolcro). Da ficcare a forza nel cervello delle professoresse che professano le loro “letture espressive”, facendo vomitare gli alunni di noia (se la ride, sghignazza). Lasciandoli senza amore, senza “studio”, appunto, questi poveri disgraziati studenti, privati, dalla scuola, di studium (qui, approva, smette di rivoltarsi, perché qui parla lui, parole sue, più o meno testuali).
C'è persino una “tecnica” di lettura evocativa, che dico lettura dall'interno, una tecnica. Eh, ma bisogna scoprirla. Io l'ho scoperta. Bisogna capire la sua tecnica, non il suo talento, non il suo genio: quelli son chiari, scoperti. L'ho scoperta, ma non ve la dico: sono dispettoso. Tenetevi le letture espressive della scuola.

La scuola: che termini volgari. Amo la sciattezza di un sapere secolarizzato, e parlo di scuola. Come si fa, dico, ancora ad insegnare Dante nella scuola, senza sapere che esiste una Lectura Dantis, magistrale, evocata dalla Torre degli Asinelli? Come si può farne a meno? Come si può non portarla in classe? Questi Asinelli senza neanche una torre...Entrano in visibilio alla lettura comicissima di Benigni. Comico: ne fa una prosa. Di Dante fa prosa, lo capiscono persino i miei alunni. Eppure, eppure...
Eppure, la lettura di C. B. la porti e li folgori, cambi la loro vita, per sempre, cambi il loro ascolto. E ascolti, trenta ragazzini che incalzano Dante seguendo la corsa del folle volo, tutto in salita, tutta una salita, che s'impenna nell'esito finale con la poppa della sua nave, in quel levar la poppa in suso, che è pianto, tragico, collettivo, nel precipizio che si spalanca, giunti all'acme di quel dolore cosmico, e nel precipizio precipita tutti, coralmente, come precipita Alice nel suo buco nero, come il naufragio nell'infinitomare, come il precipitato della trafittura di Teresa, aurea del Bernini, e si cade, per sempre, in quel “giù” della prora che finalmente affonda, finalmente. Una pace. Come altrui piacque. Si di-vertono a naufragare in coro, i ragazzini, si di-vertono. Divengono mistici.
Così, un esempio, di quando dico, paradossalmente rispetto alle intenzioni sue, che Carmelo Bene, persino, insegna. S'intende che bisogna averci la pazienza di trasformare la scuola in altro. Ristrutturare i locali del cesso e farne un balconcino, sull'infinito.

Il Carmelo Bene che non mi piace, di cui non mi compiaccio, che proprio non condivido, è quello che teorizza, il teorico. E', in fondo, anche il Carmelo Bene che non ha avuto interlocutori, qualcuno in grado di contraddirlo, di prenderlo dal bavero, almeno. Il Carmelo Bene che, anche negli spettacoli, nelle interviste, parlava solo, a gente che neanche capiva quel che andava teorizzando. Pensavano, i più furbi, i criticoni, che sparasse cazzate. “Tautologie” gli sbraitavano, “giochi di parole”. Dei suoi riferimenti teorici, di Deleuze e Derrida, di Klossowski e di Bataille, che potevano sapere i critici del teatro, gli spettatori petulanti dell'Uno contro Tutti, i presentatori ammiccanti all'importanza di avere accanto un genio? Non sparava cazzate: andava teorizzando, nello spirito del tempo, un nichilismo attivo, una “decostruzione” dei valori, del sapere, della verità. E lo faceva in compagnia, sorretto nella teoria, delle migliori teste del pensiero filosofico del nostro tempo: che, per me, sono anche le peggiori. Ma questo è un altro par di maniche.

Che noi (postmoderni) siamo nel Porno, che siamo autentici solo nell'aldilà del desiderio, morto il desiderio, in questa mancanza, privati di Essere, privati di ontologia, privati di fondamento – questo, ed altri addentellati, ma di fatto questo, è stato il leitmotiv di tutta la teoria di Bene e la sua colta compagnia.
E la rinunzia al soggetto, l'abbandono del soggetto: “Ed io non voglio più essere io”, gozzaniana perifrasi sentimentale, che, mediata da Heidegger e Lacan, per voce di Carmelo, diventa imperativo anti-categorico di un abbandono definitivo dell'ontologia del soggetto.
Senza soggetto, senza più io, senza Essere, di Dio non ne parliamo, abbandonati, Carmelo, all'ascolto ormai di cosa?
E' una bella teorizzazione questa?
All'ascolto ormai di cosa?
E' una bella teorizzazione questa?

Lo so che è un modo sui generis di porre una domanda filosofica. Che la teoria non è né bella, né brutta. Che la regola è quella della non-contraddizione e, fuor di regola, la regola è quella della evocazione in altro, del proiettarsi altrove. Ma io parlo a un arista, che ha superato l'arte, è vero, tuttavia, attraverso l'arte. Lo so che tu hai sempre rifiutato la teoria, che hai sempre detto “parli con Heidegger, non con me”. Però, al di là delle tue migliori e peggiori intenzioni, hai teorizzato, eccome. Che altro sono le tue “Quattro lezioni su tutto il nulla” se non teoria pura? E' lì che tu teorizzi, nella lectio quarta, forse, quella su “Eros”, la fine dell'eros, appunto, la fine epocale dell'eros, del desiderio, e l'ingresso nell'ordine del Porno. Ne dai, del Porno, a discapito dell'eros, una immagine nobile, sovrana. E parlo di “nobile” e “sovrano” in termini che, tu mi capisci, son ri-nomati nella loro pregnanza semantica, da Nietzsche, da Deleuze, da Bataille. Nevvero? Nevvero? Nevvero?
Per me questa teorizzazione non è affatto bella, né seducente, né convincente. (A volte parlo, scrivo, come un bambino: “non è affatto bella”, e così voglio parlare, esattamente come un bambino. Parlo come uno che se ne fotte di Nietzsche, di Deleuze e di Bataille, soprattutto di Bataille. S'intende che sono autorizzato a fottermene, perché ci ho pensato, in altri tempi, ci ho pensato. E continuo a pensarci, a quanto oggi non mi interessino).

Non è bello questo teorizzare, perché ci pone in ascolto del nulla.
Sono biblico, e penso come Geremia che “poiché seguirono il nulla, diventarono nulla”.
Ora, gli è questo il nodo, c'è nulla e nulla. C'è quel nulla della teologia negativa, quello di Eckhart, quello al limite dell'ontologico, quello evocato dalle visioni nelle estasi di Teresa e di Giovanni della Croce, che ti disloca altrove, e dà un senso all'esistere, perché ti spiazza rispetto alla banalità, all'indifferenza, al piattume di un mondo abusato dalla noia. Ti dà questa distanza. Diciamo che questo nulla é un nulla funzionale alla vita. E non provoco, con questo “funzionale”: accenno evocandolo a un senso per l'esistere, che sia ancora accettabile.
E c'è un altro nulla, invece, che è quello più accertato, incombente, diffuso planetariamente, che non è sostanziale, fermo, ontologicamente in-fondato, ma è attivo, pratico, onniavvolgente. Non è una cosa: è un'azione. E' una co-azione. E' l'atto (diabolicissimo) del negare, del togliere valore, del togliere senso, del togliere direzione, del togliere consistenza, del togliere dignità, del togliere umanità, del togliere volto ed espressione, del togliere ed abbassare.
E questa negazione non è l'atto disperato dell'uomo del sottosuolo, non è la liberazione dei sensi di colpa e lo scatenarsi dell'inconscio. Perché lì, ancora, c'è umanità. C'è ancora, benché in “situazione-limite” (vedi che uso locuzioni prese a Bataille?) la ricerca di un senso, di una vivibilità.
Questo nulla, questa negazione, questo atto del negare, non ha nulla di nobile, né di artistico, né di meta-artistico, né di estatico: è l'atto razionale, lucidissimo del nostro tempo: un atto volontario, un atto pubblico, televisivo, spettacolare. E' l'atto servile del lavoro, del lavorio del negare, del lavorio del togliere e abbassare. E' la pornografia diffusa, permanente, quella della chiacchiera finale (non quella iniziale del percorso heideggeriano di Essere e tempo, non quella dell'inautenticità iniziale), quella parola che si risolve in chiacchiera, quella chiacchiera che sembra frivola e innocente, ed è diabolica, perché dice che ogni parola è chiacchiera, perché vanificando rende vana ogni parola, ogni significato, ogni atto.
Questa è la pornografia del nostro tempo. E' la messa a nudo della parola, che denunzia la sua insignificanza. Che la rende pubblica, come una puttana. D'altronde, l'avevo detto Nietzsche, vero?, il negatore par excellence: “la verità è una puttana”.

Io non ci credo che la verità sia una puttana, che se la prende e se ne serve chi vuole, che basti versarle un obolo. Al contrario, è nascosta, altro che pubblica, complicata, irraggiungibile, sfuggente, indisponibile, forse. Altro che puttana. E' in un perenne sottrarsi. E', addirittura, nella sottrazione con cui si nega alla fatica del pensiero. A chi non fatica, neanche ci pensa, non lo vede, per lei neanche esiste. Per il laico Pilato che se ne lava le mani, non c'è proprio, mai stata, c'è il suo sorrisetto interrogativo, da uomo di mondo che la sa lunga: “La verità?”. Il laico Pilato, sciacquatore di mani, per cui la verità è un affare da idioti.

E in effetti la pornografia del nostro tempo è una verità sputtanata. E' la pornografia della morte dell'eros, dell'eros che diventa chiacchiera, dell'eros che muore nel desiderio pubblico, pubblicizzato, nel desiderio statalizzato, universalizzato, desiderio informatizzato, morto al soggetto, cosalizzato e meccanizzato, spettacolarizzato e amplificato, nel primo piano dei corpi morti, illuminati fino a perdere ogni luce. Lo scrissi giovinetto, profetico: “Ricordi il tempo in cui i corpi avevano una luce?”. Ora, sovraesposti allo sguardo pubblico, ne sono deprivati.
Carmelo Bene vantava il suo passaggio al Porno, come l'atto eroico dell'uccisione dell'Eros, come l'ultimo passo, sacrificale, della, dannata, dico io, “macchina desiderante”, questa formula deleuziana, che schiaccia e tritura e ingoia l'invivibilità, l'inautenticità dell'Eros. Vantava la messa a nudo di un desiderio ormai esposto, con tutta la sua povertà, all'occhio de-sacralizzante, dissacratore del nostro Tempo. Lui, Carmelo Bene, che pure disprezzava lo Stato, il Lavoro, il Pubblico, il Pettegolezzo di Stato, il Teatro e la teatralità Pubblica, che rideva della Pubblicità e dell'Informazione, la Chiacchiera, lui non capì che proprio quel Porno, altro che proiettarlo nell'altrove del desiderio, lo riabbassava a forza nei meccanismi più malefici, più diabolici, più meschini, del Desiderio di Stato. Il pubblico desiderio, morto al privato, risuscitato a fantasma della meccanica. Oh Deleuze: Dio perdoni la sua anima. Anche la sua. Che qualcuno lo abbia confortato nel volo suicida dalla finestra parigina.

Io lo dico spesso anche ai miei alunni che la chiacchiera-spettacolo, che la sovraesposizione del corpo e quella della parola è pornografia. Il pettegolezzo è pornografia. La trasformazione del Privato in atto Pubblico, questa Deformazione è Pornografia. Li ho sempre invitati a mantenere il Segreto del Privato, a salvaguardarsi l'umanità. A non deformare mai i loro anche inutili desideri in atti Pubblici.
Però mi son reso conto, ultimamente, che in realtà non ho mai spiegato che significa Pornografia. E non so se lo farò mai.
Mi son reso conto che in realtà non lo sapevo neanche io che significa pornografia. In senso spicciolo. Empirico. Lo so da poco tempo. Da un mesetto.
Un breve tempo addietro, scarico da Internet un concerto dei Pink Floyd dal vivo. Apro il filmato e parte sparato tutto un su e giù di corpi mostruosamente meccanici. Di corpi in movimento sovraesposti. Meccaniche prive persino di animalità. Ecco la morte del soggetto. Il mio occhio era sofferente. Come si fa a trarre un piacere da tutto questo? E' possibile che il desiderio conduca nei suoi meandri a compiacersi di questa meccanica? Possibile che questo avvilimento del corpo in una fatica estenuante, ridotto a catena di montaggio, possa evocare un piacere di esistere, di essere con l'altro?
Ecco la diabolicità della Pornografia: vorrebbero convincerti, questi meccanici di Stato, che anche tu, che anche tu sei questo. Che anche il tuo desiderio è quello stesso desiderio. Che il desiderio, l'eros, il soggetto, sono morti. Che siamo tutti dei morti in movimento.
Maledetti, non lo avrete: vive ancora in altrove il soggetto.

Postato da: junco a 06:35 | link | commenti (15)

giovedì, 06 dicembre 2007

Tempeste

C'è stato un torneo nella sala da biliardo che frequento. Ho accettato l'iscrizione solo per evitare le infinite insistenze che si sarebbero protratte fino all'angoscia qualora avessi rifiutato. “Qui in sala lo devi fare”. E certo, lo devo fare. E facciamolo, così evitiamo di discutere. Ero nel girone forte e sono stato eliminato, subito, da uno che è bravo sì, ma che... Insomma, non ci sono giustificazioni. Ci sono i nervi a fior di pelle, anche grazie alla scuola, perché devo combattere per poter fare il mio dovere: insegnare. Se non combatto, non posso spiegare, né sentire i miei alunni, per la confusione che fa “la scuola”. E tagliamola. Mi finiranno le forze, stanno finendo. Tutto sommato, perché cavolo mi devo rovinare la salute? Per insegnare? E' così necessario? Non lo è. In fondo, ho sempre insegnato come per compiere un atto totalmente gratuito. Lo stipendio è assicurato, ci campano tutti, anche e soprattutto se non insegni nulla. Se sei impiegato. Nel caos si può essere impiegati, ma non si può certo insegnare. Se vuoi insegnare, sostanzialmente rompi le palle a tutto il mondo impiegatizio, istituzionale. Finiranno le mie forze e mi adatterò. Annoio soprattutto me stesso a furia di protestare a vuoto contro l'invivibilità della scuola. Io non sarei fatto per protestare. La protesta è una situazione esistenziale umiliante. Questo mettersi a tu per tu con il degrado.

L'incontro del torneo era cominciato bene. Ero nervoso, sì, ma l'avversario timoroso, ed ero in netto vantaggio. Stavo per chiudere la partita, quando nel silenzio, che stranamente perdurava nonostante la calca di gente intorno, Don Nicola ha urlato una battutaccia, proprio nel momento in cui stavo per colpire. Non credo che l'abbia fatto apposta, lo escludo. Ma ho sbagliato il tiro, un tiro facile, che non avrei mai potuto sbagliare. Ho perso il controllo. Ho perso quella partita e la successiva. E chi se ne frega. Quando uno è nervoso non deve iscriversi a un torneo. Ma quando uno è nervoso, ancora peggio è dover fare infinite discussioni per non iscriversi.

Tutto questo non ha importanza. Ha importanza, per me, un altro fatto. Un episodio che si è svolto durante il torneo, che si è protratto per più giorni, e ancora si protrae, mentre sto scrivendo.
Nel mezzo di un girone “scarso”, di “amatori”, come si dice in gergo, c'è stato un incontro tra un amico, che è una persona perbene, rimasto vedovo due anni fa, e un giocatore qualunque, molto più forte di lui. Questo amico era arrivato alla partita conclusiva, ed era in netto svantaggio, ma si batteva ostinatamente. Io non lo seguivo, stavo giocando una partita a quattro, in un tavolo di una sala a fianco, con mio cognato come compagno, che a un certo punto sparisce. Gli avversari, spazientiti, ma tolleranti, mi danno il permesso di giocare il tiro che avrebbe dovuto fare il mio affine (si dice così, di un cognato, o no?). Faccio. Giocano. Poi ritocca a lui, che ancora non c'è. Mi affaccio sull'altra sala. Era lì a guardare quell'amico, in un momento clou della sua partita. “Aspetta”, mi dice, “sta giocando benissimo, voglio vedere come finisce”.
Il nostro amico era concentratissimo, come per qualcosa di visibilmente diverso dall'investimento emotivo che può sortire da una partita di biliardo. Io non voglio vederlo (sì, come in un lamento, come Federico quel sangue) e torno al mio tavolo. Avevo visto, al volo, che il nostro amico doveva riuscire a imbucare una biglia troppo difficile per le sue forze, e se l'avesse sbagliata avrebbe perso. Non era delicato fargli sentire il peso anche del mio sguardo. Mi allontano.
Sento urla di esaltazione da parte del piccolo pubblico. Mio cognato mi raggiunge: “Ha fatto una gran palla, ha vinto”.
Vado incontro all'amico, gli stringo la mano, gli dico: “Sei un grande”.
E' turbato. Io penso che sia il turbamento della vittoria. Forse, penso questo.
Si allontana dagli amici che si complimentano. Si mette in un angolo, difronte alla stecchiera. Dritto, come difronte a un muro di pianto. E piange, con il fazzoletto bianco poggiato sul naso. Mio cognato gli si avvicina e gli poggia una mano sulla spalla. L'amico gli dice che non ne può più di questa vita.
L'avevo visto piangere al funerale due anni fa. E poi basta.
Dalla vedovanza non si esce.
Anche mentre gioca al biliardo, l'umanità è attraversata da tempeste.

Postato da: junco a 06:28 | link | commenti (13)

martedì, 13 novembre 2007

Mi fai abbidiri 'sti fotocrafie?

L'altro giorno sono andato in sala biliardo con la mia borsa Nikon, che contiene la reflex digitale D40X, un gioiellino di fotocamera da cui sortiscono immagini splendide, senza che vi sia bisogno di una conoscenza effettiva dei suoi molteplicissimi mezzi. Il manuale di istruzioni ammassa 122 pagine fitte da perderci gli occhi e da farti fumare il cervello. Conoscerla davvero, richiederebbe un'applicazione scientifica e una dedizione dell'anima, che quindi non dovrebbe essere occupata da altro. Ho rimandato questa vocazione ad altri tempi, e mi sono accontentato di un approccio secolarizzato, immediato, sostenuto dal paginone, con disegni e didascalie, della sua “guida rapida”. E quella so.

Entro, mi invitano al tavolo, e dico:
“Oggi non gioco, oggi sono un grande fotografo”.
Chiedo dunque in sala, nelle due sale attigue, se vi sia qualcuno che non desidera essere fotografato. Lo chiedo a voce molto alta, suscitando l'attenzione, in modo che non vi siano fraintendimenti. C'è di mezzo la questione della privacy. E un problema di responsabilità. Metti che ci sia lì dentro qualcuno che dovrebbe essere agli arresti domiciliari, mica puoi fotografarlo. Oppure qualcuno che illude la moglie facendole intendere che trascorre i pomeriggi da un'amante, e invece poi risulta che sta a cazzeggiare con una stecca in mano. Non sarebbe opportuno.

Non c'è stato nessuno che si sia rifiutato all'obiettivo. Nessuno, latitanti compresi, pseudo-dongiovanni compresi. L'essere umano è così, in generale, narcisista, che ama essere al centro dell'attenzione fotografica. Pure se uno è brutto, è contento di essere fotografato. Ma tutto questo mi sembra così umano, che quasi mi commuove. L'uomo ha un bisogno naturale di avere un'attenzione, di qualcuno che dia importanza alla sua immagine. Che qualcuno gli riconosca il volto. Dico “il volto”, persino se al centro dell'attenzione, se nel mirino, se nella fotografia, appare il culo di una signorina. Anche la signorina culona, attraverso il suo attributo, chiede un rinvio al suo volto. A volte non è semplice da un culo risalire al volto, a volte occorrono peripezie del senso, strategie della significanza, ma questa è la meta di ogni itinerario umano: il riconoscimento del volto. C'è un motivo teologico, in tutto questo, a cui sono solito accennare, ed è quella cosa strana, misteriosa, nascosta, e tuttavia pregnante, sostanziale, sebbene non sempre saputa, della rassomiglianza del volto umano con il divino. Ma qui si parla di sala-biliardo. Non ci posso fare niente: io sono un frequentatore di bassifondi, così come un devoto di Lévinas.

Pennabianca si mette in posa, serio e compìto. Riguardo la sua foto da cui traspare tutta la sua malinconia. E quella dignità che si conforma sul volto di chi ha avuto una vita difficile. La faccia è bruciata dal sole, ma non come quella mia, in cui il sole è sole di mare. Il suo è sole di lavoro sulle impalcature. E' faccia di chi lavora e non sempre è pagato come e quando si deve.
Io lo dicevo del mare, che la fatica del mare è travagghiu, è trabajo, è travaille (cioè, una tortura). La sua faccia lo dice a pieno titolo, con maggiore autorevolezza. Che la vita è travagghiu. Una doglia. Un buttare sangue. Che è così difficile sbarcare il lunario e mantenere ferma, posata sul volto, la grandiosa dignità dell'essere umano. Bisogna passare dal dolore per acquisire la dignità del volto. Altrimenti, è faccia di bambolotto.

Che bella questa fotografia di Pennabianca! Con la sua posa austera da re francese mi dice che il volto è espressivo soltanto nel bajojondo. Non c'è aristocrazia possibile se ci si allontana dal popolo. Al confronto, un principino è espressivo come un calamaro. E certo, non sono un populista.
Perché “Pennabianca”? Aveva una striscia tra i capelli neri, bianca: ora che tempo è passato, sono tutti bianchi i suoi capelli. Ma ancora è chiamato Pennabianca.
Gioca molto bene. Giochiamo a biliardo e ogni tanto litighiamo, facciamo finta di litigare, insomma, giochiamo. Ci insultiamo. Lui è capomastro e ci tiene alla sua specializzazione. Io lo insulto chiamandolo “manovale”, “manovale di quelli scarsi”. Lui mi insulta chiamandomi “bidello”. Ci abbassiamo i ruoli, ma senza cattiveria. E' un gioco. Ma, per esempio, lui neanche può immaginare che vi siano bidelli il cui livello culturale è molto, molto più alto di quello di taluni professori. Non lo sa.

E' propriamente questo il volto: è l'anima ri-volta, un guanto rigirato. Se dico “l'anima”, dico il nascosto. Dico il fondo, l'insostenibile che pur ci sostiene. Dico ciò da e di cui siamo parlati. O ci illudiamo, davvero, di parlare?
E' l'interno che si sporge sull'esterno, senza neanche volerlo. E' l'appello, la chiamata del prossimo. E' quel che dell'anima, sporgendosi, si dona e si sottrae. Non ha quella presenza costante, ferma e salda, del corpo, che quando si sottrae, si sottrae definitivamente. Il volto è sempre esitante. Così precario e tuttavia significante. Si dà e non si dà. C'è e non c'è. E tuttavia, nel suo andazzo precario, dice tutta la maestà, “privata” di ogni retorica, nella sua sottrazione. In effetti, non c'è volto che sia pubblico. E' sempre un privatissimo mistero. Quella è la faccia, pubblica, è la maschera.

Per questo sono andato in sala con la mia Nikon e ho scattato fotografie. E' chiaro, no? A ritrarre, a sottrarre, un po' di umanità.
Ho ritratto Scheletro, Mimmo Pallino, Mozzarella, Gianni Macis, U Ciuraru, Fantozzi, Rosso Antico, Barilozzu, U dutturi, U maestru, Bracciodiferro, MisterBean, Zu Sarino, U Lattuneri, e via via.
Qualcuno mi ha chiesto di vedere le sue foto.
“Non si possono vedere- gli ho detto – ti ho fatto un ritratto. E il ritratto si ritrae”.
Ma chi sì sballatu? Chi cazzu dici?- mi ha chiesto- Mi fai abbidiri o no 'sti fotocrafie?”.

Postato da: junco a 05:46 | link | commenti (7)

domenica, 11 novembre 2007

Guardi, si informi. E soprattutto si disinformi” (Carmelo Bene).

Cronaca di un giorno del settimo mese del calendario giuliano, abbandonato.

La vita è dura, selvaggia ed aspra, per uno che voglia - ammettiamolo pure: senza impegno che sia sforzo - fare del bene al prossimo.
E siccome v'è un caldo magrebino, trovo la soluzione: “sì, sta qui la soluzione/ un bel niente, un bel niente basta far”.
Aria condizionata, finestre chiuse, gin tonic con due fette di limone due, ghiaccio strabordante, al colmo, e mi raccomando, acqua tonica in bottigliette di vetro, giammai da bottigliona plasticata, ché viene una schifezza: non fa le bollicine, al riversare, non le fa vane al breve rimestare. Poi, il “Bombay Sapphire” è quello che dà la differenza. Sempre consigli al prossimo per una vita migliore, insisto.
Sono molto deluso. E quindi mi piazzo in casa, gin tonic, e mi stragodo Interventi in TV di C. B.
“Sì, sta qui la soluzione/ un bel niente, un bel niente basta far”.
Voglio distrarmi. Basta col prossimo. Un po' di pausa.
Pausa. Stamattina ho spiegato, ho tentato di spiegare, al figlio di un mio amico di adolescenza, che deve dare un esame di teoretica, Essere e tempo. L'ha letto: non ha capito niente. In tre ore di mia tortura, che gli devo spiegare? Lo vedo sbandare, come sotto il peso di un macigno, a ogni tentativo di esposizione di un concetto, affaticato e angosciato come non lo sarebbe neanche un bambino. Mi chiede: “ma Heidegger è stato internato in un campo di concentramento nazista?” Mi dice: “Heidegger è stato il primo a pensare l'essere, prima i filosofi non avevano mai pensato l'essere”. E quindi, che cosa gli devo spiegare?

Ora, questa faccenda di Heidegger, che diventa vittima nei campi di sterminio nazista, prima mi lascia impietrito, poi, penso: a 'sto ragazzo qualcuno qualcosa del genere deve avergliela suggerita, se no uno non se la inventa di sana pianta. Siccome, lo sanno tutti, c'è stata una querelle, ampia, articolata, gazzettizzata, sulla complicità di Heidegger col regime nazista, allora la cosa mi puzza di contro-informazione alternativa. Chiedo al ragazzo di prendere i suoi appunti delle lezioni, e vien fuori la magagna.
La sua professoressa, che conosco bene, dice più o meno che si è arrivati ad Auschwitz, alla catastrofe finale del Novecento, perché l'Occidente ha trascurato l'Essere, per l'oblio dell'Essere. Sì, così. Siccome il pensiero occidentale, metafisico, è stato inglobato nella Tecnica, che è violenta, non si poteva che giungere a quest'esito. La colpa, causata dal destino dell'Essere, è l'oblio dell'Essere.
Il ridicolo artificio, tradotto da una testa ragazzina diventa: Heidegger, siccome si ricorda dell'Essere, viene punito dai nazisti in un campo di sterminio. Favoloso.
La cosa fantastica è che questa conversione di Heidegger in vittima è operata propriamente dai comunisti. Dai filosofi di sinistra. Giuro. A cominciare dal pur amatissimo Gianteresio Vattimo. Hanno questa fissazione di voler sempre salvare capra e cavoli, come diciamo noi contadini del dugento. Non ce la fanno a dire che politicamente e umanamente Heidegger è stato un cesso di persona, benché sia un grande filosofo. La prolusione al Rettorato sembra l'abbia scritta con qualche pistola puntata alla tempia. Almeno, Lévinas (che è davvero il più grande pensatore del Novecento, come riconosceva anche Giovanni Paolo II), l'ebreo Lévinas, che di Heidegger è stato il più acuto allievo, distingueva nel maestro l'uomo dal filosofo, giustificandolo con semplice buon senso, dicendo che non si poteva valutare la sua filosofia tenendo in considerazione i suoi limiti umani. Ma certo non ne faceva una vittima. Un po' di pudore, minchia. Auschwitz è il risultato dell'oblio dell'Essere. Ri-minchia.

Poi c'è l'altra cosa che mi ha detto il ragazzo: che prima di Heidegger nessun filosofo aveva pensato l'Essere. E qui non c'è niente da commentare. Rimango impietrito senza la consolazione di poter scovare la diabolicità di qualche comunista. Neanche loro possono arrivare a tanto.


Perché mai un ragazzo si iscrive in Filosofia se non capisce niente di quel che legge? Perché? Già uno laureato con buoni voti, già uno intelligente, colto, come filosofo è un fallito: perché ci si deve occupare di filosofia se non la si capisce? Gliel'ho detto al mio amico, al telefono. Si sarà offeso. Ma io penso al bene del prossimo. Magari capita che uno si laurea, poi magari fa supplenze, va a insegnare, occupa una cattedra, sta lì ad arrabattarsi, e si ritrova con alunni che gli ridono in faccia. E' il destino giusto per il figlio di un mio amico di adolescenza?

Sì sta qui la soluzione: un bel niente basta far.
Grande Carmelo. Quando l'afa è infernale, nessun miglior refrigerio, CB e gin-tonic: binomio insuperabile. Ovvio che non bisogna essere astemi. Prossimo, dico a te, non bisogna essere astemi. Non c'è biliardo che possa schiodarmi, non c'è mare, non c'è prossimo. Godersi questo bel niente. La gente lavora nelle sale da biliardo, al mare, negli uffici: tutti al lavoro. E invece, un bel niente.

Poi, però, Carmelo Bene dice a Costanzo (Interventi in TV), dice: “informazione e cultura, un bisticcio di parole”. Dalla pienezza del mio refrigerio in questa calura magrebina, mi rischiaffa al malumore. Perché è esattamente questa la sua causa.
Esattamente questa. Io cerco di disinformare i miei alunni, anni di fatica nella disinformazione, giacché benché parvuli mi giungono informati, da televisione, giornali, giornaletti, internet, famiglie, soprattutto famiglie, soprattutto “scuola”. Anni di fatiche a togliere informazioni dall'orizzonte mentale e metterci sapere, e metterci cultura, a dislocarli altrove, in paradiso (perché dell'altrove gli risparmio persino il vero inferno), fuori dai comuni luoghi della chiacchiera, della rissa pubblica, del pettegolezzo di Stato, fuori dalla res-pubblica e dalla pubblica rissa, lì fra Bach e il Don Giovanni, fra Campana e Leopardi, tra Paolo e Francesca, in mezzo a Tristano e Isotta, in un naufragio di Capossela, in una sbracatura di Tom Waits o in un precipizio della Callas, e via non dicendo, ma per dio, evocando sì, certamente evocando, e alla fine che fanno? Si tradiscono. Si consegnano al nemico. Si consegnano alla res, mi diventano pubblici, e ri-formati. Per fare esami di Stato, si informano. Scaricano da Internet tutte le minchiate possibili per arrivare agli esami informati. Un anno tra le righe di Manzoni, Promessi sposi, a tentare di dispiegarne la grandezza, e di che parlano agli esami? Di che vogliono parlare? di che li fanno parlare? di che son parlati? La droga, droghe pesanti e leggere. L'inquinamento. La differenza tra romanticismo soggettivo e romanticismo realistico: un fallimento, un tradimento. Informati, deformati, irriconoscibili, privati di quel minimo di sapere, a causa delle informazioni ultime, urgenti, in vista degli esami. Avevo alunni così intelligenti, trasformati dall'informazione in mostri della banalità. E le famiglie contente: sono così informati. Del sapere, della vita, dell'altrove, non gliene fotte niente a nessuno.
Ma allora, mi dico, per quale motivo li mandano a scuola da me? Fanno il sorteggio pubblico per entrare nelle mie classi. Perché? Li volete informati? Volete figli educati ai valori dell'informazione? Non li mandate da me. La scuola è piena di insegnanti che informano. Non fanno altro che informare. No, li vogliono informati da me. Non lo saranno mai, sappiatelo, per le generazioni a venire. Non avrete i vostri figli da me informati. Ve li disinformo. Lasciare spazio nelle mie classi agli alunni che hanno famiglie consapevoli dell'alto valore civile, culturale della disinformazione.

Noticina per le famiglie, da studiare comodamente sistemati nei loculi domestici: Disinformare= dis-informare, cioè togliere le informazioni che occludono, intasano, come un cesso intasato, il cervello, per farlo respirare, dargli aria, farlo espandere, al fine di ottenere risultati, non sempre verificabili, sul terreno e sull'aria celeste dell'espressione umana (sì, di quella, a immagine di quel dio che non sappiamo).

Ma il malumore sfuma anch'esso nel refrigerio di CB al gin tonic, quando ricordo degli esami un quadrettino che mi titilla al sorriso. Andando a consegnare alla Presidente, Presidentessa, le prove d'esame scritte in busta gialla, mi porge un registro su cui io debbo apporre, in calce, una firma. Dove?, chiedo. A destra c'è scritto Il Presidente, a sinistra Il Segretario. Mi dice che io come coordinatore sono segretario e che lei è la Presidente, quindi devo firmare a sinistra.
“Sotto la dicitura segretario?”, chiedo, a tipo babbo.
“Certo”.
“Insomma, io risulterei Segretario e lei Presidente?”
“Eh, così è”.
“Guardi, io firmo. Però lei sappia che tutto ciò è immorale. Come la scuola in generale, del resto”.
Ho firmato, per non creare un caso di sterile polemica. Ma adesso bevo l'ultimo sorso, ormai di ghiaccio al fondo, e sorrido.

Ogni scuola ha il suo P.O.F.. Ma/ po/pof lallallallallallallà.
Significa: piano dell'offerta formativa. Cioè, non significa nulla.
Significasse qualcosa, chiederei al Collegio dei Docenti di inserire nel piano dell'Offerta formativa la mia offerta di disinformazione. E il Preside si incavolerebbe, perché penserebbe che scherzo, che al solito gli faccio perdere tempo.

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domenica, 14 ottobre 2007

Pegaso, dalle sacre sponde.

Qualche anno addietro, l’Università di Reggio Calabria indisse un concorso per premiare un’opera d’arte che avesse come tema Pegaso. Lo vinse Luigi Ghersi, con una statua bronzea in cui il mitico cavallo alato, scalciando, frantuma l’istmo che legava la Sicilia alla Calabria, dando origine allo Stretto di Messina. Un tema affascinante, non solo in una prospettiva mitopoietica, ma anche sul piano, più immediato e concreto, della simbologia politica, che richiama, attraverso la rappresentazione di un gesto violento (perché violenti sono tutti i gesti di fondazione) la rottura di un equilibrio originario: l’unità in cui erano legate le due sponde. L’originaria co-appartenenza territoriale viene così raffigurata, per contrasto, proprio in virtù della separazione. E’ attraverso la distanza che si fa più evidente la vicinanza. E’ attraverso il distacco, in questo ormai naturale star di fronte, che diventa possibile la specularità. In fondo, la dialettica tra le due sponde, storia di fusioni e separazioni culturali, più che una storia di fratelli-nemici, sembra una sorta di narrazione metafisica, in cui il senso nascosto dell’appartenenza si rivela, quasi esclusivamente, come separazione. Proviamo a fare ritorno a Messina, venendo da Milazzo, lungo la discesa del viadotto autostradale, con le montagne calabre che ci vengono incontro, meglio se a notte: è inevitabile sentire il ritorno alla separazione. E che altro è quella malinconia lungo la Passeggiata di Reggio, quella malinconia che si sporge sul mare, verso l’isola di fronte, se non il dolore della separazione, dell’unità perduta, dolore a cui non sappiamo dare un nome?

Sortito dal collo sanguinolento della madre, Pegaso è, per il mito, figlio di Poseidone e di Medusa, a cui Persèo tagliò la testa. L’argivo se ne impadronì e lo cavalcò per sconfiggere un mostro marino che stava tentando di far di Andròmeda, in guisa di Ugolino, “orrido pasto”. Dopo di che, vi fu un passaggio di proprietà, e Pegaso servì Bellerofònte, aiutandolo a sconfiggere la Chimera, mostruosissima perché la sua mostruosità ci attrae, nell’irrealizzabilità del sogno, come ben sapeva il torturato Dino Campana, nell’invocazione ultima “E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera”.

Quella di Pegaso è una forza irrompente e, nello stesso tempo, una forza frenante: quando la catena montuosa dell’Elicona, per l’entusiasmo di una gara canora, cominciò a gonfiarsi su se stessa, in una hybris ctonia, superbamente innalzandosi troppo verso il cielo, Poseidone ordinò a Pegaso di sferrare un calcio a quei monti orgogliosi ed eccessivi, e quegli colpì, riportandoli alla giusta misura, obbligandoli a riprendere le originarie dimensioni. Nel punto in cui Pegaso scalciò, sgorgò una fonte, chiamata, appunto, Ippocrene, sorgente del cavallo, che riconduce all’elemento acquatico dell’alato.

E ippocrenico, nella visione di Ghersi, è lo stretto di Messina, aperto dallo zoccolo pegaseo per sottomettere l’istmo nell’ordine poseidonico. Ma quale hybris, mi chiedo, viene qui ridimensionata attraverso Pegaso? Cosa preoccupa gli dei nell’entusiasmo di questa fascia di terra? Troppa bellezza? La bellezza è, come diceva Rilke, “il terribile al suo inizio”, e va tenuta a freno. Deve essere misurata. La misura di questa bellezza è misurata e raccolta nella separazione e nella specularità delle due sponde.

 

C’è una storiellina divertente, intorno al mito di Pegaso. Purtroppo, l’avevo appuntata senza un riferimento al testo da cui l’ho appresa. Male.

Bellerofonte, dopo aver ucciso, per sbaglio, il fratello Bellero (da qui il suo nome), si rifugia presso Preto, re di Tirinto, la cui moglie Stenebea si invaghisce perdutamente di lui. Ma siccome l’eroe non cede alle lusinghe (non so se non gli piacesse, o per correttezza nei confronti di Preto), la donna si vendica accusandolo di aver tentato di violentarla. Preto, allora, manda Bellerofonte dal padre di Stenebea, Iobate, con una lettera sigillata in cui si racconta il falso accaduto, cioè il tradimento, e si chiede di ucciderlo. Siccome il senso dell’ospitalità è forte, come si sa, presso i Greci, Iobate non se la sente di farlo uccidere in casa propria, e manda invece Bellerofonte allo sbaraglio in tutta una serie di avventure: contro la Chimera, e vince il mostro, contro un intero popolo, e la scampa, contro le Amazzoni, e la spunta, contro alcuni soldati che gli tendono un’imboscata, e li frega. In tutto questo, sempre con l’aiuto di Pegaso. Riconoscendolo invincibile, Iobate, fa pace con lui, non solo, e gli dà in moglie la propria figlia. Ma le maldicenze di Stenebea continuano, incalzano l’onorabilità dell’eroe. Dopo tutto quello che ha affrontato e patito, e dopo tutti i suoi trionfi, deve sentirsi messo in discussione dalle falsità di una donna. Allora la raggiunge, finge amore, e la convince a fuggire con lui.

Che le avrà detto? “Vieni, ti porterò a Parigi”. “Cos’è Parigi?”. “Una città del futuro, la città dell’amore”.

La fa salire in groppa a Pegaso e insieme volano alla volta della città dell’amore. Ma mentre si librano in cielo, a un certo punto, Stenebea, purtroppo, per una sgroppata di Pegaso, perde l’equilibrio e precipita. Precipita in mare. Purtroppo. Siamo dispiaciuti. Purtroppo.

Anche qui Pegaso ridimensiona le cose della vita.

                                                 

    

 

 

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mercoledì, 19 settembre 2007

I miei amici un dentice, io neanche un pesciolino.


I calendari scolastici dovrebbero tener conto delle latitudini. E invece le ignorano. Che è questo il tempo di dare inizio alle attività scolastiche in Sicilia?
Ieri, un caldo paralizzante, ingiusto nella sua insistenza. Nella mia classe ad angolo, quattro finestre e porta spalancate, e neanche un alito di vento. Tutto immobile. E a scuola non ci sono docce. E' igienico che a scuola non ci sia una doccia?
Alle undici ho un cosiddetto “buco”, un'ora libera, riapro il cellulare e mi chiamano i miei amici dalle isole. Hanno pescato un dentice di nove o dieci chili, ancora non sanno il peso esattamente, non lo hanno pesato, e un barracuda, insomma un “aluzzo”, di tre chili o quattro. Sono ancora in barca e pescano. Io sono a scuola: è ingiusto.

Ma siccome ci sono, a scuola, comincio subito a fare più che il mio dovere.
Il mio dovere sarebbe, ad esempio, spiegare, in grammatica, il complemento di causa e di fine, una proposizione causale e una finale. Più che il mio dovere è quello che faccio: spiego il concetto di causa e il concetto di fine. E pretendo che ognuno dei miei alunni, dopo qualche ora, spieghi per iscritto, il concetto di causa e di fine. Concetti, non esempi. Accetto analogie, ma non esempi. I miei alunnetti sono stremati: per colpa mia e del caldo messi insieme. La vita scolastica è dura per tutti. Hegel diceva “la fatica del concetto”. Ma se uno non induce a pensare, che motivo ha di insegnare? I risultati ieri non sono stati brillanti, ma ci abbiamo provato. Ero distrutto anch'io.

Spiegando il concetto di causa e quello di fine, per analogia, c'è stato anche un approdo al teologico.
Consideravo, inoltre, che, forse, persino le strutture grammaticali sono possibili solo all'interno di una concezione lineare del tempo. Se prescindiamo dalla linearità del tempo, non è possibile pensare né una causa, né un fine. Dobbiamo accogliere l'idea di un tempo che scorra, linearmente, tra passato e futuro. Non è, ovviamente, l'unica concezione del tempo, ma è quella dell'orizzonte giudaico-cristiano. Se non crediamo che esista un tempo passato (c'è chi non ci crede) non possiamo pensare a una causa; se non crediamo a un tempo futuro (c'è chi non ci crede) non è pensabile un fine.

Ma insomma, per cercare di spiegare il concetto di causa e quello di fine, siccome sempre ragazzini sono, procedo per analogia con il teologico: Dio creatore, come causa prima, e il “regno di Dio” come fine ultimo. Questo concetto, semplice semplice, ce l'hanno tutti, chi ci crede e chi no, chi lo mette in discussione e chi lo accoglie.
Ero stato tentato di spiegare quel concetto teologico secondo cui la causa prima, la creazione, ha la sua origine nel Futuro, ma mi sono morso la lingua: avrei solo ingenerato confusione.
Veramente una fatica continua insegnare, perché a scuola non è che basta dire una volta una cosa e poi si chiude. Devi verificare col dialogo che almeno qualcosina l'abbiano capita, ripetere, rispiegare, cercare altre parole, e via dicendo.
Ma a un certo punto un ragazzino alza la mano: “Posso fare una domanda che, però, forse non c'entra niente con questo discorso?”.
“Falla, e sentiamo se c'entra o se non c'entra”.

C'entrava, eccome. La domanda era più o meno questa:
“La Bibbia dice che Dio ha creato Adamo ed Eva, già uomini che camminavano su due piedi ciascuno. Invece la scienza dice che gli uomini prima camminavano su quattro zampe e solo dopo molto tempo hanno conquistato la posizione eretta. A chi si deve credere, alla scienza o alla Bibbia?”.
Professore, l'hai voluta la bicicletta del dialogo pensante, adesso pedala!
Uno è già stanco, i suoi amici pescano i dentici, il caldo è boia, e non ci si deve sottrarre. Non puoi dire: la domanda non è pertinente. Perché lo è. Se hai una risposta gliela devi dare, nonostante il caldo. Pensi: ”Capperini, della domanda, a quest'ora”. Ma ti rimbocchi le maniche e si riparte.

L'essere umano è linguaggio. Io e tu siamo linguaggio. Anche se uno non parla, lo è. Anche il muto. Ma non tutti i linguaggi sono uguali. Esiste un linguaggio poetico, uno scientifico, uno religioso. Questi sono i più importanti, per me. Ma ce ne sono altri. Non tutti i linguaggi vogliono dire la stessa cosa: hanno forma e contenuti diversi.
La Bibbia, letta in modo intelligente, non parla un linguaggio scientifico, e non si deve pretendere che lo parli, anche se alcuni lo pretendono, anche se la Chiesa, spesso, ha tentato di farle parlare troppi linguaggi, e ha sbagliato. Ma non mi interessa, profondamente, che abbia sbagliato. Mi interessano le indicazioni che ci può dare nell'ambito del linguaggio che le è proprio, quello religioso.
La religione, ogni religione, parla un linguaggio simbolico. Persino quando si occupa di scienza (e a volte non dovrebbe), la sua parola è simbolica, rimanda ad altro.
Il linguaggio scientifico non rimanda ad altro. Dice esattamente quello che indica. Ma quello che indica la scienza non ricopre l'interezza della nostra personale esistenza, né tanto meno il suo senso, la sua direzione, le sue motivazioni anche concrete.
Scientificamente, noi siamo figli dei nostri genitori, e basta. Siamo anelli di una catena. Ma è ovvio che questa è una visione parziale, benché scientifica, della nostra esistenza. Chi siamo noi davvero? Che cosa “sentiamo” di essere? Anelli di una catena? Io, no. Tu?
Anche quando leggiamo la parola religiosa che ci dice che siamo creati da Dio, come Adamo ed Eva, dobbiamo pensare la cosa in termini ovviamente diversi da quelli di una verità scientifica. Dio che crea l'uomo in termini meccanici è veramente un pensiero ridicolo, ingenuo. Ma è ingenuo anche chi considera tutto questo ingenuo, perché il senso della parola religiosa è altrove. Prendere alla lettera l'atto creativo materiale, la creta, i buchi nelle narici, il soffio, la costola, tutto questo sarebbe una macchietta, un cartone animato. L'uomo si è evoluto nel tempo, certamente, come altri animali.
Ma la Bibbia, credo sia così, parlando dell'atto creativo, indica, simbolicamente, la condizione di Creaturalità in cui ci troviamo. Il modo in cui siamo figli di Dio è un mistero, non una verità. Ci dice qualcosa della Cura di Dio, e anche questo è un mistero. Quando dice che Dio soffiò nelle narici e l'uomo prese vita, la Bibbia indica, nel soffio vitale, un gesto, non pratico-scientifico, ma universale, che è presente in molte religioni, persino arcaiche.
Non tutte le verità possono essere prese alla lettera. Si può prendere, ad esempio, la parola poetica alla lettera? Certamente no. Ma è meno vera la verità di una poesia se sappiamo che indica qualcosa di scientificamente inattendibile? Dante che fa, ci imbroglia quando dice di aver fatto un viaggio all'inferno? E Baudelaire? E se tu ti innamori di una ragazza, prova a parlarne in termini scientifici dell'amore che senti.
In sostanza, non è detto, anche se derivassimo davvero dalla scimmia, che come tali derivati siamo davvero quel che scientificamente siamo.
Parlo così, brutale, giusto perché mi capiate, almeno un pochino.
Poi, suona la campana. Usciamo. Incontro una collega, glielo dico:
“Mi fanno certe domande, capperini. Sono stanco, e non ho tirato su neanche un pesciolino, altro che dentici”.

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venerdì, 14 settembre 2007

Nostalgia canaglia.

Sì, Karpathos è una bella isola del Dodecanneso, in fondo alla Grecia, vicino alla Turchia. Ma una cosa è se ci va un Milanese o un Tedesco, un'altra è se sradicano un Messinese che se ne stava, come sempre alle Isole Eolie. Il nordico arriva lì e spalanca la bocca, silente e rispettoso, difronte al sublime spettacolo che la natura dà con la sua esibizione di baie, spiaggette, strapiombi, acque diafane, eccetera, eccetera. Il Messinese (io, propriamente) arriva lì e pensa: “Minchia, ma cu mi puttau?” (Caspiterina, ma chi mi ci ha portato?).

Mi ci ha portato mio fratello, che appunto vive a Milano. E' più grandetto di me e non avevamo mai trascorso una vacanza insieme. Un fratello non è una dato trascurabile. Ci tengo. E allora mi sono abbandonato a questa parentesi di esilio. Gli ho detto: “E Karpathos sia”. Lui era contento e io ero contento che lui fosse contento. Funziona così, tra fratelli. Dieci giorni in cui ho avuto modo di vedere quanto ci somigliano, cioè quanto siamo simili, cioè, di definire un rapporto di identità e differenza.
In Grecia non ho pescato, però ho fatto tanti bagni a mare con mio fratello. E' un piacere nuotare con un fratello. Mettersi una maschera e scoprire saraghi che nuotano lenti, che si intanano con calma, in spacchi nei quali non avrebbero scampo, in pochi metri d'acqua. Poter dire: “Guarda lì e guarda là”.
Spiarlo mentre legge un libro. O mentre dorme in una spiaggia lontana dal mondo. Accogliere benevolmente ogni entusiasmo, togliendo ogni sospetto. Lasciarsi trasportare in un fuoristrada di trenta chilometri in salita, fra strapiombi vertiginosi, per andare a visitare un paesino arroccato, dove le donne hanno costumi che ricordano quelli dei canterini peloritani. Scoprire, con densa meraviglia, che fa, delle parole crociate, solo la cornice esterna, due righe lungo il perimetro, perché l'interno poi è troppo facile, mentre tu se non compili fino all'ultima casella stai in ansia.
E' un piacere anche bere Ouzo, dopo cena, con ghiaccio, prima di andare a nanna. Veramente, bere con un fratello è un piacere incommensurabile. Poter dire: “Non è vero che un Ouzo vale un altro”. Oppure: “Beviamo, com'è ouzo e costume”.

Con un fratello più grande di te, non fai polemiche. Ti ricordi che è più grande, che gli devi rispetto e stai zitto. E' completamente inutile discutere di cose su cui nessuno è disposto ad imparare dall'altro, ad ascoltarlo davvero. Evitare sempre la teoria. La teoria è quella che vizia il rapporto tra fratelli. Mio fratello pensa, anche teoricamente, che la laicità sia importante, che sia un valore fondamentale: io no. Io sogno il potere di un Papa Imperatore. Quindi, appena partiva un accenno di teoria, mettevo a folle il motore, silenzio. Ritiravo il collo dei miei pensieri come una tartaruga. Tanto, lui non è disposto ad ascoltarmi e io me ne fotto della laicità. Però, mi interessa mio fratello, nonostante sia un “laico”. Altrimenti, non sarei certo andato in Grecia, mentre stavo a pescare alle Eolie.

Ora, sarebbe consequenziale parlare della Grecia. E invece di che ho voglia di parlare? Di Salina. Insomma, appena tornato, dopo aver sbrigato le mie cose, quelle cose - inutili Collegi dei docenti e amenità varie, in conformità con le nuove disposizioni che prevedono uno Statuto scolastico con Organi che definiscano “sanzioni” per gli studenti, “anche pecuniarie”, cose che ti fanno rodere dentro e fuori, perché la Scuola è un affare di sepolcri imbiancati, ipocriti, burocrati sbirreschi, democratici con inclinazioni staliniane – fatto questo, patito tutto questo, - perché (altra parentesi che preme) glielo vorresti gridare: invece di stilare statuti, cercate di tenere le classi in ordine, nello studium, in silenzio, insomma, fatemi lavorare, in pace- patito tutto questo, ho fatto urgentissimo ritorno, sempre nostalgico il ritorno, alla mia isola.
Già lo sentivo in Grecia, sentivo questa forte sensazione, sentivo questo modo di rapportarsi a un luogo. Lo sentivo da “altro” luogo. Dalla Grecia, già sentivo fortemente Salina. Come quando, da ragazzo, stavi con una donna che non era quella che amavi: sempre lì ti andava la testa, anche se la non amata era bellissima, sempre altrove la testa. Come quando ascoltavi il concerto di un pianista che suonava Bach e non era Glenn Gould, anche se era Demus, sempre a Gould andava l'ascolto.
La bellezza di un luogo non basta a gratificarti pienamente. Bellissimo quel mare, bellissimo quell'altro, ma a starci in acqua, l'uno e l'altro, benché assimilati dal bello, di acque trasparenti, fondali gioiosi, refrigerio nella calura estiva, calma, assenza di sospensione uterina, reintegrazione nell'alveo originario materno - ché questo è il mare, quando non è burrasca, ché questo è il bello - l'uno e l'altro non fanno lo stesso, non è la stessa esperienza. Dove sta allora la differenza?
Il mare di Salina io lo vivo come attraversamento di una bellezza, chiamiamola così, nella appartenenza. Nessun piacere, nel bello, è paragonabile a quello che ti fa sentire a casa. Sarà un piacere vizioso, nella sua circolarità, (è una battuta), sarà un modo di sentire poco avventuroso, poco eroico, nient'affatto esotico, ma io me la godo così. Già mi basta scendere dall'aliscafo e mettere piede a Salina, e il cuore mi si allarga, a ventaglio. Nòstos. Nòstos. In realtà, parlo greco solo a Salina. In Grecia, parlavo (a me stesso) dialetto siciliano, e un po' d'inglese.

Postato da: junco a 05:22 | link | commenti (7)

venerdì, 17 agosto 2007

Contro la vacanza. E contro l'estetica.

In estate la dimensione estetica prevale, si estende a ricoprire l'intera esistenza e la ingloba, come se l'umanità fosse tutta al suo interno, in una gamma di sfumature dal sublime all'orrido. Colpa del clima vacanziero, che nel “vacare” di cui non consiste, insiste su questa illusione di libertà che è l'allentamento della catena di montaggio, intendo le catene del lavoro. Smettono di lavorare gli umani, lo mettono in parentesi, in sospensione epocale, il lavoro: e così, non indaffarati, li vedi nudi e crudi. Il tempo libero è più incriminante, certamente, del tempo del lavoro.
Ne avessi incontrato uno di umano, questa estate, compreso da una situazione etica, o richiamato da una impellenza religiosa. Niente: tutti estetici. Belli e brutti.
E però io sono molto sospettoso. Sospetto dell'estetica in generale, e belli e brutti li vedo alienati nella comune adesione al mito estetico. Mi sembrano carenti. Mi sembrano presuntuosi. Mi sembrano tanti poveracci. Imitatori che inseguono modelli, modelli che inseguono imitatori. Un grande gatto, leviatanico, che si morde la coda. Eppure – e questa è la faccenda comica – modelli/imitatori avvertono se stessi come unici, originali, insostituibili, come un'opera d'arte. E' ovvio che ogni omologo si senta eterogeneo. Nulla ti dà più l'illusione della differenza quanto l'immersione nella totalità indifferenziata. Metti un vestitino, come dice mia suocera, “all'ultima moda”, addosso a una fanciulla, e quella allo specchio si legge unica. Ma se è di moda, cribbio! Appunto, direbbe. Appunto?

E' che io torno da Salina, che nel mezzo di agosto smette di essere un luogo dell'anima e trasmuta, l'anima trasmigra, per altri luoghi, anche lei in vacanza e lascia i suoi spazi vuoti in balia dei turisti vacanzieri, che la riempiono come sanno.
In vacanza, l'illusione della libertà: l'etimo è contraddetto dai fatti. Tanto che glielo cambierei, per costruirle da vacuum la sua vera, se pur falsa etimologia.
Per fortuna, tutto questo dura poco, son quei dieci giorni, da fuggire, accompagnando altrove l'anima del luogo, e poi si può tornare alla norma, andare per mare con una semplice barchetta, essere individuali, in uno di quelli che Zolla chiamava luoghi aurali. Al ritorno dell'anima.

Dico “semplice barchetta”, come di un segno valido a contrapporsi, eticamente, al mito estetico della “barca”.
Lorca dice: “La barca sul mare/ e il cavallo sulla montagna”. Dice un che di semplice ed essenziale. E' un poeta. Mette le cose al loro posto. Dà una misura. Con una barca sul mare si è davvero liberi, così come con un cavallo sulla montagna.
Ma c'è qualcosa di stonato, fuor di misura, nel mito estetico della barca. Le Eolie, in certi giorni di agosto, diventano lo scenario (l'oscenario) di questa rappresentazione di un mito tutto moderno: la barca come simbolo di uno stato sociale.
Io vedo questo teatro dalle terrazze di Pozzo D'Agnello, che sovrastano il porto turistico. Barche che entrano, ormeggiano, stazionano, escono, tornano. E' una sorta di defilé.
Il valore estetico, intrinseco, di una barca comprende: la novità (più è nuovo il modello, più vale), la misura (lunghezza e larghezza), l'apparato tecnologico di cui è fornita, il design, l'apprezzabilità del cantiere, il costo, che la fa da padrone. Della navigabilità di una barca, la tenuta del mare, nella valutazione estetica, non gliene frega niente a nessuno.
Ma, diciamo che, in linea di massima, data una barca nuova, quel che conta soprattutto, come parametro assoluto nella gestione della rappresentazione estetica, quel che conta è la lunghezza. Esattamente come per i ragazzini, nella fase dello sviluppo ormonale: il mio è più lungo del tuo.

Prima del tramonto, comincia il rientro delle barche in porto, prima si fa meglio è, per le manovre, perché nel sovraffollamento nascono i guai.
Entra un dodici metri, piano, contento dei suoi dodici metri. Ma arriva un quattordici, contento che quello ha due metri in meno, e il dodici si dispiace. Quindi arriva un diciotto e il quattordici fa una figura di merda. Ma anche il diciotto non è che vada poi alla grande, perché sta per entrare un venti. Ma il diciassette che entra adesso è più nuovo del venti e questo gli dà un senso di sicurezza e di dominanza, però il venti non si risente, perché tre metri in più valgono quanto una più recente data di immatricolazione. Tutto questo teatro del non detto è tuttavia palese, e si dirama attraverso una lunga teoria di rientri, di barche a molte centinaia, con la gente sul ponte della propria a far mostra anche di mogli (o amanti, o prezzolate) culo all'aria, a ponte, sui ponti dei modelli in defilé.

Sono io maligno? Ho l'occhio distorto dalla teoria mimetica? Son naviganti e vanno per mare e rientrano e basta? Dove vanno? A pescare? A veleggiare? A godersi la solitudine del mare aperto? Alla ricerca del mondo “sanza gente”? Bramano lontananze? Inseguono orizzonti? Vanno a largo e spengono i motori e si lasciano scarrocciare per ragionar d'amore con quelle che son su un numero qualunque?
Vanno a Pollara. Vanno tutti a Pollara.
Potrebbero andare dove gli pare. Salina è un'isola che ad ogni punta ha meraviglie. Potrebbero ormeggiare a Vallespina, davanti alla grotta Racina, a Filo di Branda, sotto il grande muraglione dove nidifica il Falco Pellegrino (e il mio amico Francesco sa il richiamo, e ridevamo col nostro amico Orazio: “Ora fa il richiamo del Falco Pellegrino”), sotto l'albergo Ariana, dove le acque hanno sempre una trasparenza incantevole, anche con vento, a Lingua, alle Tre Pietre, al Brigantino, a Ruttazza, a Punta Marcello, alla Torricella Lunga, a Punta Ceusi, insomma dove cazzo gli pare. E invece, no. Tutti a Pollara.
Pollara è l'immenso cratere da cui è originata l'isola: si slarga su un bacino che ha difronte uno scoglio, su cui vive una lucertola, che esiste solo lì, su quello scoglio e in nessun'altra parte del mondo. Intorno allo scoglio, il fondale roccioso, quasi a pelo d'acqua, degrada intorno su franate di massi accavallati, tane di saraghi e cernie, di pesci smaliziati. Ci andavo d'inverno in solitudini beate. Starci da soli lì in mare è una benedizione. Un'esperienza esoterica, elettiva, incomunicabile, segreta, come un mistero eleusino.
Ma in quei dieci giorni d'agosto, Pollara non esiste, non c'è, sparisce. C'è un enorme parcheggio metropolitano. Migliaia di barche ancorate, una accanto all'altra. Non si vede, negli spazi tra le barche, neanche più il mare. Pollara non c'è, c'è un infernale salone nautico. Una grande parata, una processione laica della visibilità. C'è tutto un guardatemi che vi guardo. Un'uniforme popolazione di commercianti che si piazza all'ancora col solo piacere diabolico dell'esibizione godereccia del metraggio. E di culi a ponte sui ponti. Al tramonto, il popolo rientra, in fretta, per lo spettacolo al porto.
Un tempo, le donne in barca si denudavano in mare aperto, lontano da sguardi indiscreti. Ormai, si coprono, il sole fa troppi danni. Ma quando entrano in porto, i commercianti ordinano alle donne: “Scopriti”. Hanno pagato una cifra pei rifacimenti di quei corpi. Bisognerà pure che qualcuno se ne accorga. O no?

I miei amici hanno case e terrazze a Pozzo D'Agnello, sopra l'ingresso del porto turistico. Da lì, beviamo gin tonic, al tramonto, ma senza tramonto davanti, perché siamo a levante. Guardiamo le barche che entrano, e ne vediamo di tutti i colori, non di barche, ma di comportamenti umani. Proprio sotto le terrazze, c'è pure una banchina di ormeggio libero. Chi ormeggia deve far tutto da solo, mentre al porto trovi le cime già fissate alle catenarie. Dentro al porto basta entrare ed allungare una manina, un mezzo marinaio, afferri la cima e fai un nodo: fatta.
Sotto, alla banchina libera, le cose si complicano. Bisogna mollare l'ancora dove tenga, passare una cima a terra. Cose semplici, ma qui nascono le risate. Qui c'è lo spettacolo comico a cui alcuni miei amici non sanno rinunziare, al tramonto. Io tendo, piuttosto, a innervosirmi, ma loro se la godono e spesso chiedono la mia complicità di spettatore, anche attivo. Nel senso che, talvolta, si scende proprio in banchina, per vedere da vicino gli impacciati, commentare e dare inutili consigli, così tanto per fare, alla Totò.
Possibile che un pover'uomo (povero per dire) non abbia mai navigato con una qualunque barchetta in vita sua e improvvisamente compri una barca da settecentomila euro, ci metta su tutta la famiglia, moglie e bambini, e si avventuri per mare, senza essere in grado di fare un nodo di ormeggio? Non uno, ce ne sono tanti.
Un mio amico se la ride. Sta lì, a due passi, spiega come fare il nodo, ma non glielo fa.
Possibile che uno lasci fare a sua figlia il bagno sotto lo specchio di poppa, alla banchina, mentre, se passa una nave fuori, l'onda di risacca gliela spappola? L'ho visto io.

Alle quattro del pomeriggio, dopo una breve pennichella, mentre chiacchiero con il mio amico della terrazza, lui beve un caffè e io no, sentiamo una musica da discoteca, insomma un rumore. Non sappiamo da dove venga, ma lui passa subito all'attacco. Apre lo stereo e mette quello che c'è già nel lettore al massimo. Lui è fatto così. Quando lasciavano i sacchetti della spazzatura in banchina, scendeva e li buttava dentro le barche, così, alla rinfusa. L'altr'anno ha rischiato anche di essere malmenato da un enorme marinaio napoletano. Per fortuna, non c'ero.
Ma lo stereo al massimo è un contrattacco che dura pochi secondi, come un avviso di nessuna garanzia, o l'abbaiare di un cane al confine della sua proprietà. Non basta. Chiude lo stereo e mi dice:
“Dobbiamo assolutamente vedere in faccia 'sti stronzi”.
Ci sporgiamo dalla terrazza e lo spettacolo è immondo: in banchina hanno ormeggiato due motoscafi nuovissimi, roba da quattordici metri l'uno, bianchi e blu, affiancati, uguali, tappezzerie comprese. E' da lì che viene il rumore. Hanno fatto delle due barche affiancate una discoteca marina, alle quattro del pomeriggio, e sul ponte di prua dell'una un enorme panzone agita la sua enorme prominenza epale al ritmo osceno di una danza neo-tribale. A poppa, una ragazzina, appena uscita dall'acqua in maglietta e pantaloni, cosa che non fanno più neppure negli ambienti delle discariche a mare, si abbassa i pantaloncini e agita il culetto all'unisono con le oscillazioni ritmiche della pancia del padre. Più o meno lo stesso quadro sulla barca accanto. E passano, scavalcano, ballando e spingendosi in acqua, da una barca all'altra. La ragazzina, mentre balla, certo sogna il suo futuro di velina. Il padre farà di tutto per accontentarla. Tutti ballano. Qualcuno, però, protesta. La discoteca finisce. Io mi ritiro disgustato. Il mio amico, no. Si segue tutta la scena. E la sera, quando mi vede, mi racconta di una cosa che ha visto, su una delle due barche, che è una delle cose veramente più oscene che mi sia capitato di ascoltare. Mi vergogno a riportarla. M'affruntu. E io sono uno che ha letto Bataille.
E' chiaro, comunque, che la dimensione estetica, in questi giorni, prevale. E' altrettanto chiaro che avrei voluto scrivere qualcosa che non posso scrivere. Che devo trattenermi. Che era ora di chiudere il post.

Ho visto che nella dimensione estetica sono sempre più comprese molte donne, paradossalmente. Per me, almeno, è un paradosso, poiché tendo ad attribuire alla bellezza femminile una valenza etica (intendo dire: relazionale, quella della dimensione levinasiana dell'io-tu)). Quando questa manca, la bellezza femminile appare povera. E la sua presunzione, ridicola.
Così può accadere che una donna esteticamente bella non dica nulla, lasci indifferenti. Nonostante vi sia intorno alla sua bellezza un plauso generale.
Gli uomini sono sempre più schiavi del mito estetico della bellezza femminile. Su questa schiavitù si regge l'industria spettacolare e cosmetica.
Su questa schiavitù si sviluppa anche, sempre più pressante, una certa palese vocazione masochista del maschio contemporaneo occidentale. Le donne lo sanno e ci marciano, ci navigano a gonfie vele.
Ho visto donne esteticamente forti prendere a frustate in pubblico i loro uomini apparentemente forti, contenti di essere umiliati.
Ma è ora di chiudere davvero.

Postato da: junco a 18:13 | link | commenti (25)

giovedì, 26 luglio 2007

Tu compri soltanto profumi per te.

A questi caldi, non c'è vaghezza di giocare al biliardo, non per me. Ho altro a camora per la testa. Ma son passato in sala, così, per fare quattro chiacchiere: l'aria è condizionata e sulla città incombe un cielo plumbeo, semi-infernale, di cenere di incendi che, dai colli San Rizzo, invade la pianura. I pompieri di Sicilia hanno una lentezza esasperante, si son fatti bruciare montagne sotto gli occhi. Sembra che il fuoco non sia un affare che li tocchi. Oppure, i fuochi sono troppi.

La sala è un campionario dell'umano, ogni tanto bisogna sentire che si dice, sul mercato.
Nasce una discussione, intorno a un tavolo, di gente paziente, che gioca e non se ne lamenta, sui profumi. Nasce perché Salvatore, “quale Salvatore?”, “Iaddina”, perché Iaddina scopro che ha un banco da cui fa mercato di profumi, firmati e anonimi, e insomma molti sono informati su gli Armani e persino gli Chanel che Iaddina vende. Non sempre, dicono, si sa quel che c'è dentro, ma a volte c'è profumo vero. Capita.
Il Maestro, come al solito, dirige la chiacchiera, e dà lezioni di vita. Anche sui profumi. Io, come al solito, gli metto un freno. Anche sui profumi.

Gli metto un freno, perché ci sono ragazzi che ascoltano, giovani, e ci sono ingenui che ascoltano. Insomma glielo dico: “Stai lanciando dei messaggi”. Pare che i profumi siano qualcosa a cui non si possa rinunziare, a cui si debba dare la massima importanza. Pare che il successo con le donne dipenda fondamentalmente dal profumo che compri e ti versi in corpo. E i ragazzi e gli ingenui ascoltano. Alcuni chiedono già informazioni sul banco di Iaddina e vogliono sapere quando è che arrivano i profumi firmati, vogliono prenotarli.

Allora intervengo, esagerando sul pedale del freno, apposta:
“Gli uomini non usano i profumi. Gli uomini. I ricchioni li usano. Perché imitano il femminile. Anzi, il donnesco. Parodia del donnesco, che è già la parodia del femminile. Parodia della parodia è il massimo. Un uomo, quando usa un dopobarba e un deodorante è già a posto, già ha fatto troppo”.
Insomma, spezzo l'incanto della concordia ammirata, dell'unisono intono alla divinità assoluta del profumo, glielo instillo un dubbio che sia un feticcio e basta. Ma nasce una querelle.

Interviene, da un altro tavolo, un giocatore che nella vita fa il funzionario delle Poste:
“Io spendo duecento euro al mese di profumi”, si vanta.
“E non ti vergogni?”, gli domando.
“Profumi e creme. Per la pelle liscia. La mattina mi spalmo un gel sulle sopracciglia, perché se no i peli stanno irti”, specifica.
Gli guardo le sopracciglia:
“Tu non solo ti metti il gel, tu te le sei pure depilate, è un orrore”, commento allibito.
E ne deducono che io sia uno fuori dal tempo (e in effetti, già a vent'anni avevo sorbito le Quattro considerazioni inattuali, le nietzschiane):
“Tu non puoi capire, nel tuo lavoro tu fai scuola a venti alunni, io invece ho contatti con centinaia di persone al giorno: devo usare profumo a lavare, essere sempre in ordine e profumato, è una questione di look”.
Lo squadro: calza delle ciabatte, indossa pantaloncini corti, ma zeppi di tasche con risvolto, ha il capello stirato, non è esattamente un adone, e dice “non che che”. E così sbotto:
“Look? Ma si nesci di casa ch'i tappini!”.
Mi fanno sorridere quelli che hanno un “look”, che ci tengono: non sanno che è il senso di sicurezza per la vanità dei cafoni. Curare il proprio look: incredibile.

Da un altro tavolo, interviene uno, la cui moglie ha una profumeria, e si sente titolato. Io lo prendo spesso in giro, perché, quando entra in sala, la inonda delle facoltà familiari, da togliere il respiro. Mi dice:
“Junco, ti piace il profumo che ho oggi?”
“Tu, muto. Ché non conti niente manco a casa tua, ché ti regalano i profumi scaduti e te li metti”.

Intanto, il Maestro trova qualcosa da ridire, contro i deodoranti, da me nominati, e a favore dei profumi. Per lui, gran seduttore, il deodorante è poco indicato. La donna, dice, sotto le ascelle, deve sentire l'odore del maschio, perché l'odore caratterizza la dimensione erotica. Invece, il profumo, sui polsi e dietro le orecchie, sarebbe evocatico (sempre di quella cosa, si capisce).
Su quello che amano sentire le donne non posso controbattere: quello che sa lui va oltre i miei intendimenti. Io pensavo, ingenuamente, che la passione per i cattivi odori fosse una perversione di tipo feticista, non sospettavo affatto che coinvolgesse l'universo femminile. Mah.
Però, gli chiedo, “considerando che non è che uno si occupi della dimensione erotica 24 ore su 24, magari negli spazi delle altre dimensioni della vita, un po' di deodorante, no?”.
“No”, dice, “non si sa mai chi si può incontrare, bisogna sempre esser pronti”.

E siccome ci sono giovani e ingenui che ancora ascoltano, prima di andarmene, saluto e dico:
“Me ne vado, mi avete fatto vomitare abbastanza, per oggi”. Ridendo, senza offesa.

Postato da: junco a 07:22 | link | commenti (11)

martedì, 24 luglio 2007

'Sti pizzicagnoli!


Signor Elettrauto, signor ... signori anonimi, volete lusingarmi, ma ci cascate male: della teoresi, sostanzialmente, me ne fotto. Non sono il tipo a cui si dà del teoretico e ci si possa poi aspettare un grazie. Si vede che ci son buone intenzioni, che avete gli studi, come si dice al mio paesello, magari con una Garzantina al fianco, però i riferimenti, i fantasmi degli scriventi vostri, a dire il vero mi sembrano scarsotti. Bergson, vada pure, ma Chomsky, come contribuente esemplare dello speculativo novecentesco, mi sembra un po' azzardato. Linguistica, non teoretica, non lo speculativo. E comunque, c'è nel Novecento Heidegger, che non è malaccio, Lévinas, Gadamer, che non tascurerei mai di citare fra i novecenteschi esemplari a cui ogni teoretico che si rispetti (che rispetti se stesso, s'intende) bramerebbe essere accostato, innalzato, e vada pure approssimato.

Però non capisco per che modo vi occupiate di teoresi, strana gente. Qui i pizzicagnoli, da noi nomati salumieri, son brave e buone persone, e con loro ci s'intrattiene sulle qualità del salame Sant'Angelo e sulla irreperibilità, in terra di Mezzogiorno, di un culatello valido.

Con gli elettrauto ragioniamo, nel claustro dei retrobottega, di elaborazioni sulle elettroniche centraline, per aggiungere cavalli ai potenti motori delle cavalcature, o di rabberciare il cortocircuito di un allarme.

Coi pescivendoli, nostri interlocutori preferiti, il ragionar di pesci è quasi un rituale evocativo, come il ragionar d'amore in buona fede tra perfetti amici, di pesci con le ali che, chi è aduso a navigar per mare, nelle notti senza luna, ha già veduto sorvolare le acque, accompagnando il legno fino in porto.

Siamo gente umile: non ce ne fotte niente della teoresi. Ci basta un poco di esperienza. E di virtù.

Per quanto poi riguarda il “sublime” da l'un di voi citato, non se ne potrebbe dire, alcunché, se non con chi abbia tratto sapore dai concetti spolpati da Longino, lo Pseudo, con certezza. E digerito con un bicchierino di Kant, per far filosofica la pennica.


E tuttavia ritengo che ci sia del metodo in questa villania. Ci sarebbe da riflettere, ad averci tempo, se sia una scelta, o malattia. O quanto dolore, quanto malanimo, conduca a questa scelta.

Ma chi è Majackoski? Sarà mica quel Majakovskij che ha cambiato nome a causa delle emorroidi? 'Sti pizzicagnoli foresti.

Ma io ritorno alle mie apnee, unica profondità verso cui inclino. Mi raccomando, strana gente, se somigliate alle cernie, state alla larga: sparo. E sotto, in mare, è quasi buio, non ci si vede bene.

Come nel sottosuolo. Come nel sottosuolo.

Postato da: junco a 08:43 | link | commenti (1)